Alfredo Binda

Alfredo Binda (1902 - 1986) è considerato uno dei più forti corridori in bicicletta di tutti i tempi. Nato a Cittiglio (VA) – dove un piccolo ma completo museo lo ricorda - è cresciuto a Nizza, in Francia, dove iniziò a gareggiare diventando professionista nel 1922 prima di rientrare in Italia due anni dopo.

Raccolse l’eredità di Costante Girardengo e vinse cinque edizioni del Giro d'Italia (1925, 1927, 1928, 1929 e 1933), record assoluto condiviso con Fausto Coppi e Eddy Merckx. Nella corsa rosa ha conquistato ben 41 tappe (primato superato solo nel 2004 da Mario Cipollini) ed è rimasto in testa alla classifica generale per 60 tappe; nell’edizione del 1927 vinse 12 delle 15 tappe, e in quella del 1929 ben 8 tappe consecutive. A causa della sua manifesta superiorità, nel 1930 fu pagato dagli organizzatori per non partecipare al Giro, ottenendo 22.500 lire, una cifra corrispondente al premio per la vittoria finale e ad alcune vittorie di tappa.

 

Nel suo ricco palmares, tra le 115 corse vinte - che ne fanno uno dei grandissimi nella storia del ciclismo, insieme a Coppi, Merckx e Hinault - ci sono anche tre Campionati del mondo (altro record), due Milano-Sanremo, quattro Giri di Lombardia e quattro Campionati italiani.

Non vinse mai il Tour de France, al quale partecipò di rado, anche se nell’edizione del 1930 (anno della sua forzata rinuncia al Giro) vinse due tappe consecutive prima di ritirarsi a causa di una caduta. Per Binda – soprannominato il trombettiere di Cittiglio - fu inventata l’espressione “pedalata rotonda” per descrivere il suo stile di corsa senza strappi e senza apparente fatica. Così scrisse Gianni Brera: “Alfredo è stato per me il maggior prodotto del ciclismo italiano. Debbo tenere a bada la mia anima coppiana per far posto una volta alla ratio.”

Una carriera piena di storie, di avventure in cui, oltre al talento e all’allenamento, ha giocato un ruolo importante anche l’alimentazione in gara. Famosa è la galoppata per dominare il Giro di Lombardia del 1926 dopo aver trangugiato ventotto uova e lasciando il secondo classificato a ventinove minuti. Ma il “segreto” pare fosse un altro. Sembra, infatti, che nel tascapane del grande campione, come carburante da utilizzare durante la corsa, ci fossero sempre alcune polpette di riso.

 

Lasciò l'attività nel 1936, dopo un incidente che gli provocò la frattura del femore, e diventò commissario tecnico della Nazionale italiana, ruolo che ricoprì per ben 22 anni accumulando grandi successi, tra cui quattro Tour de France (con Bartali nel 1948, Coppi nel 1949 e 1952, e Nencini nel 1960) e due Mondiali (con Coppi nel 1953 e con Baldini nel 1958). La sua saggezza fu alla base dell'accordo impossibile fra Gino Bartali e Fausto Coppi e del massimo rendimento della squadra, che ne riconosceva il prestigio e l'abilità tecnica e diplomatica.
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